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Rinnovare il dono dell’Ospitalità: la lettera del Superiore Generale in occasione della Festa di San Giovanni di Dio

Scritto da Fatebenefratelli | 4 marzo 2026

 Roma, 26 febbraio 2026
Prot. n. PG007/2026 

 

 A tutta la Famiglia Ospedaliera di San Giovanni di Dio 

Carissimi,

celebriamo con gioia e gratitudine al Signore la festa di San Giovanni di Dio. Il nostro Fondatore è stato un modello di ospitalità per tutti, in primo luogo per coloro che beneficiavano della sua carità. La sua vita è stata un modello e uno stimolo per i religiosi, suoi figli spirituali, e per tutte le persone di ogni categoria e ceto sociale di quel tempo, ma anche del nostro tempo. Egli ha vissuto in tempi molto difficili nei quali oltre alla povertà e alla miseria, che erano le condizioni comuni della maggior parte delle persone, vi erano diversi conflitti e forti disuguaglianze sociali. Di tutto questo abbiamo conferma dalla storia, dalle testimonianze su di lui e dalle biografie pervenuteci. A partire proprio da questa premessa vorrei tentare di dire qualcosa sulle scelte di Giovanni di Dio.

 

I tempi di San Giovanni di Dio erano difficili, così come lo sono i nostri, in questo tempo. Risulta molto illuminante ciò che sostiene Sant’Agostino in un suo Discorso: “Sono tempi cattivi, tempi penosi!" si dice. Ma cerchiamo di vivere bene e i tempi saranno buoni”. (80,8). Questa espressione, così vera e profonda, getta luce sulle scelte radicali e profetiche di Giovanni di Dio. Egli ha vissuto in un tempo tutt’altro che migliore del nostro; proprio per questo, la sua esperienza di ospitalità, nata dal contatto diretto con la sofferenza umana e sostenuta da una profonda fede in Dio, lo ha reso capace non solo di incarnare in modo radicale i valori cristiani, ma anche di dare un volto nuovo all’epoca in cui era chiamato a vivere per Cristo, unito a Cristo e totalmente in Lui.

Sant’Agostino, con la sua espressione, ci aiuta a cogliere quale via ha seguito Giovanni di Dio per dare il suo piccolo contributo a edificare un mondo più umano, evangelico e giusto. Sant’ Agostino afferma che il miglioramento della condizione temporale dipende non solo dal contesto esterno, ma anche dal comportamento e dalle azioni degli individui. “Cerchiamo di vivere bene” è un invito a vivere con principi etici, integrità e rispetto reciproco. È una chiamata all’azione per cambiare il modo in cui ci rapportiamo gli uni con gli altri e con il mondo. Inoltre, dicendo “i tempi saranno buoni” intende dire chiaramente che “noi siamo i tempi”. Questa affermazione finale è particolarmente 

potente; sottolinea che i “tempi” non sono entità astratte, ma sono il risultato delle scelte e delle azioni delle persone. Ogni individuo ha un ruolo nel determinare la qualità del tempo presente. Se gli uomini vivono bene, contribuiscono a creare un contesto migliore per tutti.

Carissimi, ho richiamato queste espressioni di Sant’Agostino per invitarci a guardare dentro noi stessi e riconoscere le risorse umane, spirituali e “carismatiche” che abbiamo per determinare la nostra realtà. Il tempo di “crisi” che stiamo vivendo ci chiede un grande sforzo di cambiamento; è facile cadere nella tentazione di attribuire la colpa a fattori esterni. Dobbiamo ricordare che siamo noi, con le nostre azioni quotidiane, a plasmare il mondo in cui viviamo. Vivere bene, promuovere valori di giustizia, rispetto, qualità, empatia, spiritualità e responsabilità sociale, sono azioni che possono influenzare positivamente la società e la realtà nella quale siamo chiamati a operare.

Durante l’incontro con i Superiori Provinciali dello scorso ottobre ricordavo che siamo in un mondo in rapida evoluzione e spesso disorientato e che il nostro Ordine Ospedaliero è chiamato a rimanere un segno vivente della misericordia di Dio: una casa aperta dove tutti, indipendentemente dalle loro ferite o fragilità, possano trovare accoglienza, ascolto e conforto. I cambiamenti radicali che stanno attraversando le nostre società, siano essi politici, economici, ambientali, culturali o spirituali, potrebbero scoraggiarci o spingerci a chiuderci in noi stessi.

Eppure, è proprio in questi tempi di incertezza che la nostra vocazione all’ospitalità assume tutto il suo significato. Espandere l’ospitalità significa scegliere di amare ancora, di credere ancora, di sperare ancora. È rifiutare di lasciare che la paura, la stanchezza o la rassegnazione abbiano l’ultima parola.

San Giovanni di Dio ci insegna un’ospitalità del cuore: quella che inizia guardando l’altro come un fratello. Qui risiede il primo miracolo: riconoscere in ogni persona, malata, povera, esiliata, collaboratrice, fratello anziano o giovane in formazione, il volto di Cristo sofferente e amorevole. È questo atteggiamento interiore, fatto di umiltà e rispetto, che fonda il nostro modo di essere nel mondo per essere una presenza di speranza.

Oggi viviamo in contesti molto variegati per cultura e religione. Sono molte le sfide che ci attendono. San Giovanni di Dio ci ha insegnato a vivere ogni contesto come un’opportunità che ci è data da Dio per curare ed evangelizzare o meglio evangelizzare curando. Il carisma di San Giovanni di Dio è scaturito dal Vangelo della Misericordia; proprio per questo non possiamo rinunciare alla nostra missione anche negli ambienti più refrattari. Abbiamo bisogno di scoprire le potenzialità del nostro carisma per rispondere alle sfide del nostro tempo. Sentiamo la necessità di un serio discernimento per non correre il rischio di un approccio all’ospitalità puramente orizzontale che potrebbe oscurare la dimensione della grazia che vive nel dono dell’Ospitalità. Potrebbero venir meno le strutture, ma non la santità del carisma che le ha fatte fiorire. Il vero attaccamento non è al luogo, ma alla vita carismatica vissuta in quel luogo. Quando il carisma è vissuto pienamente come un fuoco di carità, esso può essere trasmesso altrove in nuove forme, nuovi spazi e nuove opportunità.

A questo proposito vorrei ricordare un esempio concreto di evangelizzazione del nostro Padre Giovanni di Dio. Testimoni raccontano che un giorno, Giovanni di Dio entrò nell’Albayzín (quartiere arabo) di Granada; gli si fecero intorno molti mori, i quali gli dissero: “Dicci, buon uomo, quali miracoli fece il tuo Cristo? E l’uomo di Dio rispose: Non è un miracolo piccolo, ma grande che io non mi sia ancora scomposto con voi, e che non abbia perso la pazienza poiché me lo comanda Cristo 

mio Signore, mentre voi mi riservate un trattamento così cattivo, e mi dite tante ingiurie1. Questo racconto così significativo, ci sollecita a vivere la nostra presenza dove siamo chiamati a vivere l’Ospitalità come testimoni credibili del messaggio che annunciamo con la nostra missione.

Ognuno di noi è chiamato a vivere il suo tempo in un luogo, a fare della propria vita un tempo donato con amore, perché il nuovo che vogliamo creare sia il tempo di Dio nel quale il suo Regno possa continuare a farsi presente curando i malati, assistendo i poveri, includendo gli emarginati e condividendo le gioie e le sofferenze dell’umanità.

Carissimi, con questa mia lettera mi preme ricordare, che quest’anno ricorre l’anniversario della proclamazione di San Giovanni di Dio e di San Camillo de Lellis a Celesti Patroni degli Ospedali e dei malati. Il 27 maggio 1886, la Sacra Congregazione dei Riti promulgava il Decreto Inter omnigenas virtutes con cui riconosceva lo speciale patronato e il 22 giugno 1886, Papa Leone XIII con la Sua suprema autorità apostolica sancì solennemente la proclamazione con il Breve Dives in misericordia.

Sono centoquarant’anni dallo storico evento, che noi vogliamo ricordare non solo per fare memoria di un fatto storico, ma per rimotivare la nostra vita di persone dedicate all’Ospitalità, con la consapevolezza che solo lo Spirito Santo può mantenere costante la freschezza e l’autenticità degli inizi carismatici e infondere il coraggio dell’intraprendenza e dell’inventiva per rispondere ai segni dei tempi.

Come ogni anno, colgo l’occasione per informare tutta la Famiglia Ospedaliera circa il risultato della Campagna 2025 dedicata alla “Assistenza domiciliare e sostegno alle persone in fuga dalla guerra a Drohobyč (Ucraina)”. Gli sforzi di tutte le Province dell’Ordine, compatte nella condanna dell’orrore della guerra, che purtroppo perdura, e unite nella volontà di sostenere i confratelli, i volontari e i laici, che instancabilmente hanno cercato e cercano tuttora di dare speranza ai tanti che soffrono fisicamente e psicologicamente, ci hanno permesso di raccogliere 307.212 euro. Grazie per la Vostra generosità e sensibilità.

Per questo anno 2026, la Campagna di solidarietà annuale sarà destinata al continente americano, con un progetto finalizzato a “Migliorare l'accesso e la qualità delle cure in salute mentale in Honduras”. Tale progetto si inserisce pienamente nelle Dichiarazioni del sessennio, con le quali ho invitato tutto l'Ordine a “rafforzare l'assistenza nel campo della salute mentale, soprattutto sul territorio, e ad essere preparato e disponibile a rispondere a nuovi bisogni sanitari e sociali”.

Invochiamo l’intercessione di San Giovanni di Dio e del nostro Fratello maggiore San Raffaele Arcangelo perché ci aiutino a vivere con rinnovata fedeltà la missione che ci è stata affidata come Famiglia di San Giovanni di Dio.

Giunga a tutti il mio cordiale e fraterno saluto; che possiate vivere e celebrare la festa di San Giovanni di Dio come occasione per ravvivare il dono dell’Ospitalità che gratuitamente abbiamo ricevuto.

 

1 Fr. José Luis MARTÍNEZ GIL, O.H., Processo di beatificazione di San Giovanni di Dio. Fondatore dell’Ordine Ospedaliero, Madrid, 2016, cfr. domanda 29, p. 41.