Dalla testimonianza di Fra Luca Beato
Ci sono emergenze che arrivano all'improvviso. E ce ne sono altre che avanzano lentamente, quasi in silenzio, fino a cambiare la vita di intere comunità.
Alla fine degli anni Novanta, negli ospedali dei Fatebenefratelli di Tanguiéta e Afagnan iniziò a manifestarsi una nuova sfida sanitaria: l'AIDS.
I primi casi registrati a Tanguiéta risalgono al 1998. A lanciare l'allarme fu il dottor Paolo Viganò di Seregno, da anni vicino agli ospedali africani dei Fatebenefratelli e impegnato nel sostegno alle attività sanitarie attraverso la fornitura di apparecchiature per laboratori, radiologia e sale operatorie. Grazie al suo contributo fu possibile dotarsi degli strumenti necessari per effettuare diagnosi affidabili e monitoraggi clinici adeguati, un passaggio indispensabile per affrontare una malattia che richiedeva competenze e tecnologie specifiche.
Inizialmente Fra Fiorenzo Priuli guardò con prudenza alla possibilità di assumere direttamente la gestione di questo problema. L'AIDS rappresentava una sfida sanitaria complessa, che richiedeva personale formato, continuità terapeutica e risorse economiche importanti.
La situazione cambiò nel 2004, quando l'Organizzazione Mondiale della Sanità individuò l'Ospedale Saint Jean de Dieu di Tanguiéta come uno dei centri di riferimento di un programma che coinvolgeva ospedali di Benin, Togo, Burkina Faso e Niger. L'obiettivo iniziale era seguire gradualmente circa 150 pazienti.
Non appena si diffuse la notizia che Tanguiéta accoglieva e curava i malati di HIV e AIDS, centinaia di persone iniziarono ad arrivare da territori sempre più vasti. Fra Fiorenzo raccontava di circa 2.000 pazienti seguiti: oltre 1.500 persone sieropositive e circa 500 malati di AIDS conclamato.
Per i pazienti HIV positivi vennero sperimentati percorsi terapeutici che integravano anche la fitoterapia locale, mentre per i casi di AIDS conclamato si rese necessario l'utilizzo delle terapie antiretrovirali. Farmaci fondamentali, ma estremamente costosi per il contesto africano di quegli anni.
Eppure il problema più difficile non era procurare le medicine.
Era garantire la continuità delle cure.
Le terapie richiedevano controlli regolari e una presenza costante in ospedale. Molti pazienti vivevano in villaggi lontani, senza mezzi di trasporto e con risorse economiche minime. Per questo fu necessario organizzare una rete di supporto capace di raggiungere le persone nelle loro comunità, accompagnarle in ospedale e assicurare il rispetto dei controlli periodici.
Curare significava costruire relazioni, non soltanto prescrivere farmaci.
Ancora oggi questa esperienza racconta qualcosa di importante sul modo di operare degli ospedali sostenuti da UTA APS. Davanti alle emergenze sanitarie non si interviene soltanto sul sintomo, ma si cerca di creare le condizioni affinché le cure possano essere realmente accessibili.
Una sfida affrontata grazie alla collaborazione tra medici, infermieri, volontari, istituzioni internazionali e donatori che hanno scelto di sostenere un percorso di cura lungo e complesso.
Perché la salute non dipende solo dall'esistenza di una terapia.
Dipende dalla possibilità concreta di raggiungerla.
Trent'anni di UTA è una serie di testimonianze e racconti che ripercorrono la storia dell'associazione attraverso la voce dei protagonisti che hanno contribuito a costruire, giorno dopo giorno, il legame tra Italia, Benin e Togo.
👉🏽 Guarda gli altri capitoli dell'intervista a Fra Luca Beato sul canale YouTube di UTA Aps
Se vuoi approfondire i progetti sostenuti da UTA APS e il lavoro degli ospedali di Tanguiéta e Afagnan, puoi continuare a seguire questa serie o sostenere concretamente questo percorso di cura e cooperazione.