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Alcolismo: l'intervista di Studio Aperto al responsabile del RAF dell'Ospedale Fatebenefratelli di San Maurizio

"Basta anche solo un superalcolico d'estate per innescare un processo di degenerazione alcolica", ha affermato Alessandro Jaretti Sodano, responsabile del servizio di Riabilitazione da alcol farmacodipendenze (RAF) dell'Ospedale Fatebenefratelli di San Maurizio Canavese (TO), durante l'intervista rilasciata a Studio Aperto il 2 luglio 2019.

Per guardare l'intervista integrale di Studio Aperto ad Alessandro Jaretti Sodano, responsabile del RAF dell'Ordine Fatebenefratelli, clicca il bottone qui sotto!

 

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Secondo la recente Relazione al Parlamento dell’Istituto Superiore di sanità, in Italia ci sono 8 milioni e 600 mila consumatori di alcol a rischio, 68 mila le persone alcol-dipendenti prese in carico dai servizi di cura, 4.575 incidenti stradali causati dall’uso di alcolici: i più a rischio sono ragazzi e ragazze tra i 16 e i 17 anni e i cosiddetti ‘giovani-anziani’, le persone tra i 65 e i 75 anni.

Liberarsi dalla dipendenza è però possibile con l'aiuto di esperti in strutture specializzate, come il servizio di Riabilitazione da alcol farmacodipendenze (RAF) del presidio ospedaliero Beata Vergine Consolata Fatebenefratelli di San Maurizio Canavese, alle porte di Torino.

 

La RAF di Torino

Aperta quasi vent’anni fa, la Riabilitazione da alcol farmacodipendenze (RAF) del presidio ospedaliero Beata Vergine Consolata Fatebenefratelli di San Maurizio Canavese, è l’unica struttura di qualità “specificamente” dedicata alla Riabilitazione Ospedaliera Alcologica in Piemonte e una delle poche in Italia. «L’allarme lanciato dall’Istituto Superiore della Sanità qualche giorno fa – commenta il primario Alessandro Jaretti Sodano – va preso molto sul serio e non solo d’estate». Questa è la fotografia degli ospiti: «nell’unità riabilitativa del Fatebenefratelli di San Maurizio Canavese si ricoverano in media 460 pazienti all’anno e sono soprattutto uomini a bassa scolarità, single o separati. Nell'unità operativa RAF l’alcol è la forma di dipendenza più diffusa (96%), ma, quello che più dovrebbe allarmare è la durata della dipendenza, che nel 70% dei casi supera i dieci anni» spiega il primario. Insomma, non siamo di fronte a una malattia “stagionale” ma ad una vera e propria piaga sociale, che d’estate può diventare più purulenta perché aumenta la solitudine e il senso di abbandono.

 

L'ospedalizzazione

«Di fronte a questa patologia, in genere associata ad altre della sfera psichiatrica, schieriamo una equipe multidisciplinare con Psichiatri, Internisti, Psicologi, Educatori, Assistente sociale, Infermieri ed OSS, cioè personale qualificato con una forte esperienza in ambito alcologico e in costante formazione» spiega Jaretti.

Il reparto del presidio ha 36 posti letto ed è stato recentemente ristrutturato: vengono ricoverati pazienti che presentano problematiche di uso ed abuso cronico di bevande alcoliche e/o farmaci (ma non dipendenti da sostanze stupefacenti). «L’ospedalizzazione è indicata per i pazienti che presentano un abuso cronico di alcool e/o farmaci, che non può essere adeguatamente trattato in ambiente extra-ospedaliero. Possono sviluppare una sindrome di astinenza grave o complicata da condizioni mediche (ad es. pregressi episodi di delirium tremens). Presentano frequentemente condizioni mediche di comorbidità (ad es. epatopatie, cardiopatie, diabete) e hanno una storia di pregressi trattamenti in setting meno intensivi (ad es. residenziale-comunitario od ambulatoriale) con scarso beneficio» osserva lo psichiatra.

 

Gli obiettivi delle terapie

L’intervento riabilitativo residenziale va dalle attività diagnostiche terapeutiche, a quelle psicoterapeutiche e psico-riabilitative e agli interventi psico-educazionali, in alcuni casi estesi ai familiari. Sono stati messi a punto dei Profili di Cura e Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali Riabilitativi (PDTA). Gli obiettivi sono: la disintossicazione, la disassuefazione dalle bevande alcoliche, la cura delle patologie somatiche e dei disturbi psichiatrici, il cambiamento dei comportamenti inadeguati, l'implementazione delle capacità relazionali, lavorative e sociali, al fine del reinserimento nell’ambiente socio-culturale di provenienza, l’apprendimento di migliori stili di vita, l’acquisizione di abilità specifiche atte al miglioramento della propria esistenza, cioè il recupero della persona. Per ogni paziente vi è una presa in carico infermieristica e degli educatori. Vengono stilati il Piano Assistenziale Infermieristico” (PAI), ed il Progetto Educativo Individualizzato. La durata di riferimento della degenza è di 28 giorni.

 

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