I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DNA) rappresentano oggi una delle emergenze cliniche più rilevanti a livello nazionale. Le stime più recenti indicano che in Italia oltre 3 milioni di persone convivono con un DNA, tra anoressia, bulimia e disturbo da binge eating, un dato che descrive la crescita costante di queste patologie e la loro diffusione soprattutto tra adolescenti e giovani adulti. L’anoressia nervosa, in particolare, riguarda circa l’1% della popolazione, pari a oltre 540.000 casi, con una prevalenza femminile del 90% e un esordio che si concentra soprattutto tra i 15 e i 25 anni. Negli ultimi anni, tuttavia, sta emergendo un dato ancora più allarmante: l’aumento significativo delle diagnosi tra i minori, segno di un abbassamento dell’età di insorgenza e di un aggravarsi dei quadri clinici. La gravità del fenomeno è confermata anche dalle sue conseguenze: in Italia i disturbi alimentari causano circa 4.000 decessi l’anno, testimonianza della loro complessità e dell’urgenza di interventi specializzati.
È in questo scenario che si inserisce il lavoro dell’Ordine Ospedaliero dei Fatebenefratelli - Provincia Lombardo Veneta, che attraverso il Centro riabilitativo SRP-DNA “Beato Olallo Valdés” e il Centro Diurno, situati all’interno del Centro Sant’Ambrogio di Cernusco sul Naviglio, offre un luogo terapeutico altamente specializzato nei DNA. Qui la competenza clinica si intreccia a un’attenzione profonda e quotidiana alla persona, dando vita a un percorso di cura che richiede tempo, gradualità e una presenza costante, capace di sostenere ogni paziente nel difficile lavoro di ricostruzione del proprio equilibrio.
Uno degli aspetti più significativi del lavoro nella comunità è la costruzione di un ambiente stabile e protetto, essenziale soprattutto nelle prime settimane. Maria Grazia B., coordinatrice presso la struttura, racconta che l’ingresso è spesso un momento carico di tensione e paura, e che proprio per questo la prima necessità è quella di offrire un punto fermo: “Ho capito, con gli anni, che il nostro compito iniziale è diventare un punto d’appoggio. Le prime settimane sono intensissime: c’è diffidenza, c’è sofferenza, c’è quel ‘non ce la faccio’ che ritorna spesso. Ma è proprio allora che dobbiamo tenere lo sguardo sulla persona, non sul sintomo.”
Descrive anche come molte ragazze arrivino con una iperattività motoria incessante, fatta di camminate continue o micromovimenti difficili da interrompere. “Fermarsi, per loro, è difficilissimo. Eppure, già questo fa parte della cura: sedersi, respirare, stare in un luogo sicuro.” Col trascorrere del tempo, però, qualcosa cambia. La stessa operatrice racconta la delicatezza di quel momento in cui le ragazze iniziano a percepire la comunità come uno spazio affidabile:
“Quando cominciano a fidarsi, quando parlano, quando chiedono aiuto, allora si apre una strada nuova. È lì che riprendono a studiare, che immaginano un futuro, che riescono a guardarsi dentro. Ogni volta che una di loro ritrova un pezzo della propria vita, capisco perché facciamo tutto questo.”
Alla dimensione quotidiana si affianca la complessità del lavoro clinico. La dottoressa Eleonora D’Onofrio, psicologa della struttura, sottolinea come i DNA non siano mai solo un problema alimentare: “Quando una ragazza arriva qui, non porta soltanto un corpo malnutrito. Porta una storia emotiva, un modo di gestire le emozioni e le relazioni spesso molto fragile. La malattia, per loro, è una parte dell’identità, non un elemento esterno.” Per questo le prime settimane diventano fondamentali per costruire una relazione terapeutica autentica: “Ascoltare, osservare, capire come avvicinarci senza invadere: questo è il passaggio più delicato.”
Il percorso terapeutico è multidisciplinare e si compone di psicoterapia individuale, gruppi di alfabetizzazione emotiva e con focus sulle relazionali, interventi psichiatrici, nutrizionali e internistici, oltre ad attività corporee, musicoterapia e arteterapia. La psicologa lo descrive come un lavoro di ricomposizione: “Ognuno di noi vede un frammento, ma l’obiettivo è restituire unità. Le ragazze spesso si sentono divise tra ciò che pensano, ciò che provano e ciò che fanno. Noi le aiutiamo a rimettere insieme questi pezzi.”
Tra gli aspetti più complessi c’è l’immagine corporea, spesso profondamente distorta e influenzata da modelli irrealistici. L’uso dei cellulari e dei social viene regolato proprio per questo, come ricorda la dottoressa: ”E’ una protezione da contenuti che rafforzano la malattia.” Anche l’esposizione al mondo esterno avviene gradualmente: una breve uscita, una spesa, un pranzo in un contesto reale, ogni tappa accompagnata e integrata nel percorso.
Infine, la psicologa introduce una riflessione importante sul concetto di guarigione: “Non parlo quasi mai di guarigione come traguardo. Non perché le ragazze non possano stare meglio, anzi. Ma perché nei disturbi alimentari la cura è un processo: è tempo, continuità, capacità di affrontare le emozioni senza ricorrere al sintomo.”
Ed è proprio in questo percorso - nel momento in cui una ragazza rialza lo sguardo e torna a immaginarsi - che la cura trova il suo senso più profondo.
Ci dedichiamo per missione ai malati e ai bisognosi coniugando l’attenzione al corpo e allo spirito nel rispetto della persona e della sua individualità.
Attraverso la promozione delle opere portiamo il Vangelo nel mondo della sofferenza e del dolore affiancando il paziente come professionisti della salute.
Hai mai pensato di dedicare un anno della tua vita a un’esperienza che possa cambiare te e migliorare la vita degli altri? Il Servizio Civile Universale ti offr...
Ci sono spazi, dentro le strutture dell’Ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli Provincia Lombardo Veneta, in cui la cura assume una forma sorprendentemente sem...
La Giornata Mondiale del Malato dell’11 febbraio è appena trascorsa, ma nelle nostre strutture il suo significato rimane sempre vivo: un’eco quotidiana che ogni...
Amministrazione Centrale
Via Cavour, 22
20063 Cernusco S/Naviglio (MI)