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Dio e l'uomo in una relazione Ospitale: le analisi di Fra Lapić

Fra Lapić ci offre delle interessanti riflessioni in merito al rapporto ospitante tra Dio e l'uomo. L’ospitalità biblica narrata nei due testamenti rimanda continuamente al suo fondamento, ad un Dio ospitale nel suo agire preveniente. Egli si manifesta in Gesù Cristo, come colui che si prende cura di tutti e in modo incondizionato. La sua prossimità con i più deboli ed i peccatori diventa l’inizio di una nuova umanità riconciliata con Dio. Egli si rivela come colui che accoglie l’uomo nella bontà del Padre, fino ad esporsi alla critica per la sua comunione scandalosa con i peccatori.

L'Ospitalità come condivisione con lo straniero

La prossimità che accade in una relazione ospitale che si esprime nei termini di un’accoglienza incondizionata, parte dalla compassione accogliente che Dio prova per l’umano. Essa si esprime sempre nei gesti della liberazione dal pericolo, dalla malattia, dalla sofferenza, con la finalità di rendere l’uomo partecipe della sua comunione.

La bontà accogliente di Dio, che Gesù manifesta, è universale e incondizionata, non è vincolata ad una legislazione o da qualsiasi altra forma di appartenenza (etnica o religiosa) ma, a costo di infrangere l’immagine consueta di Dio che la religione ha costruito, essa svela la sua intenzione originaria, il suo stesso fondamento, che è un Dio ospitale che crea la comunione.

Declinare eticamente il senso dell’ospitalità, nei termini di responsabilità come cura alla luce della rivelazione biblica, certamente porta una modalità nuova di incontrare la diversità, che non è più una tolleranza ma una condivisione, un’apertura alla reciprocità che non annienta la differenza.

Questa presenza dell’altro/estraneo, che irrompe/accade nell’orizzonte dell’esistenza sempre in modo sorprendente, con il quale si instaura un rapporto ospitale, ci svela che la sua natura non si iscrive nel quadro di una verità teoretica, ma nel quadro della verità morale, che è sempre radicata nella relazionalità.

La presenza dell’estraneo/straniero o bisognoso nella prospettiva biblica ci svela che cosa significa il senso della prossimità, che a noi si dà sempre come un originario rapporto di Dio con l’uomo.

 

Le dimensioni dell'Ospitalità

Quali sono le dimensioni costitutive di questo rivelarsi di Dio come un essere ospitale?

Il grido di Israele in terra straniera era un grido di testimonianza di una oppressione, più che un grido rivolto verso un Dio che Israele allora non conosceva ancora. La risposta a questo grido ci attesta che Dio ascolta l’uomo, e questo ascolto ha sempre tratti di una gratuità assoluta. Dio si rivela come colui che è in causa dove lo straniero soffre: lui ode il suo grido, conosce le sue sofferenze.

Nel Nuovo Testamento la relazione ospitale si configura, diventa conforme all’ospitalità messianica ed escatologica di Gesù. Il tipo di relazione che Gesù instaura con coloro che incontra è l’ospitalità nel quotidiano, un’accoglienza aperta e incondizionata, orientata verso chiunque e comprensibile da tutti.

Essa non si limita solo alla cerchia dei propri discepoli ma è puntualmente aperta alla prossimità sorprendente. Questo modo ospitale di agire di Gesù secondo l’attestazione evangelica, suscitava la fede e dava credito a Dio stesso.

L’accoglienza ospitale di Gesù si dà come un’ospitalità messianica che rimanda la sua origine all’azione di Dio stesso nella sua persona, la cui Signoria assume i tratti di dedizione e di cura. Questa ospitalità si svela anche come un’ospitalità escatologica per tutti coloro che, fidandosi di Gesù, sono in grado di sconfiggere anche l’ultimo nemico dell’uomo che è la morte.

I gesti ospitali di Gesù a favore degli altri, la sua capacità di perdersi a vantaggio degli altri, lo fanno riconoscere come «il santo di Dio».

L’eticità dello stile ospitale di Gesù istituisce uno stile di agire che manifesta la bontà originaria del Padre ricco di misericordia, una benefica prossimità per tutti quelli che lo incontrano, senza la pretesa che l’interlocutore occasionale diventi il discepolo.

L’unico intento dell’ospitalità di Gesù era che ogni uomo fosse messo in grado di raggiungere la pienezza dell’umanità che lui ha dischiuso.

 

Le testimonianze dell'Ospitalità di Gesù

L’attestazione evangelica di Gesù ci restituisce una persona profondamente ospitale, la cui accoglienza incondizionata ospitava tutti: malati, stranieri, bambini, peccatori. Tutta la sua attività pubblica dipende dall’ospitalità altrui: egli continuamente sperimenta l’accoglienza ospitale cominciando dai racconti dalle nozze di Cana, dall’ospitalità nella casa di Levi.

La sua stessa presenza suscita l’accoglienza ospitale in diversi episodi evangelici come quello di Lazzaro, di Marta e Maria, di Pietro a Cafarnao, oppure viene accolto da una serie di persone di varia estrazione sociale (Zaccheo, Levi) fino a mettere in atto delle ospitalità scandalose con gente compromessa da una condotta peccaminosa.

Il mistero dell’ospitalità viene svelato nel giudizio finale, dove l’ospite e l’ospitalità sono una dimensione che Gesù pone in relazione alla sua persona. Egli accorda in pieno la sua identità all’ospite accolto, in una prossimità incondizionata che non esclude nessuno.

Questa accoglienza ospitale di Gesù manifesta la sua originaria intenzionalità, sintetizzata nella parabola del Buon Samaritano. Un racconto che in sé racchiude tutta la dinamica dell’accoglienza ospitale nella prospettiva cristologica come cura verso il prossimo. Il bisogno di colui che ti sta accanto è il quadro che definisce la prossimità e istituisce la responsabilità consapevole che supera quell’aporia anticotestamentaria della domanda «chi è il mio prossimo»; nello stesso tempo, risolve la tensione tra la diffidenza e l’apertura verso l’estraneo, nella prospettiva di accoglienza di ogni prossimità sorprendente che istituisce per la libertà di ciascuno un appello alla sua responsabilità consapevole.

 

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L'accoglienza ospitale come virtù e valore etico

La relazione interpersonale che si instaura in un rapporto di accoglienza ospitale, secondo la prospettiva paolina, è costitutiva dell’agape cristiana perché Cristo, come modello di carità, ha manifestato a tutti la sua accoglienza incondizionata nella comunione trinitaria.

L’agape cristiana si manifesta come responsabilità per il prossimo nell’accoglienza ospitale che si prende cura di lui. Il suo esercizio supera i confini stretti della comunità credente ed è proiettata verso coloro che si trovano fuori nella logica del lievito che investe tutta la pasta, dove il prossimo accolto e ospitato diventa il protagonista di un nuovo tipo di relazioni interpersonali e dove la testimonianza cristiana offre al mondo uno stile ospitale di abitare la pluralità del mondo.

Il costume dell’ospitalità attestatoci negli scritti del Nuovo Testamento è in continuità con la prassi ospitante anticotestamentaria. L’ospitalità viene proposta come una delle virtù cristiane fondamentali della chiesa primitiva, essendo il cristiano stesso visto come un viandante ed estraneo in questo mondo e bisognoso dell’accoglienza di Dio.

L’ospitalità che ci viene narrata nel Nuovo Testamento si rende presente nei gesti concreti, che rimandano ad una prossimità sorprendente e ad una presenza salvifica di Dio; essa entra nel suo progetto salvifico: coincidendo perfettamente con la sua volontà diventa evento epifanico della sua stessa presenza. L’accoglienza ospitale diventa la testimonianza dell’agape cristiana. Cristo stesso si identifica con l’ospite accolto, respingerlo significa respingere Cristo stesso.
L’ospitalità biblica come atteggiamento (virtù) qualifica l’umano ospitale come una realtà gratuita. L’accoglienza dell’estraneità antepone la gratuità come sua condizione previa.

Certamente si tratta di un valore etico fondamentale per la tradizione giudeocristiana. Alla domanda «che cos’è l’ospitalità» secondo la Sacra Scrittura, si possono dare risposte differenti: può essere definita come una pratica, un costume, un rito, un dovere, una legge, ma ciò che accomuna tutti i tentativi di sistemazione del concetto dell’ospitalità è che esso è un valore morale relativo alla libera e consapevole responsabilità. Essa si prospetta come una esigenza morale per tutti coloro che rispondono all’appello della parola rivelata con una disposizione interiore di accoglienza dell’altro, non come qualcosa di estrinseco, qualcosa di aggiunto, come via di perfezione all’amore della vita cristiana, ma come costitutivo di un agire conforme all’originaria intenzione di Dio attestataci nella Sacra Scrittura.

L’appello della Scrittura «non dimenticate l’ospitalità» alla responsabilità del credente non è qualche cosa di occasionale, ma è un imperativo che è insito nel fondamento della moralità biblica, che si dà sempre in una relazione che ha la forma di cura per il prossimo. L’accoglienza ospitale biblica non si ferma unicamente al bisogno dell’altro nei termini di un vestito, cibo, riparo.

Il soggetto biblico si trova di fronte ad un’alterità, che la cifra dello straniero in sé racchiude compiutamente: l’altro, nella sua radicale differenza di fede, di valori, di costume, che per la Scrittura rappresenta una persona di cui occorre prendersi cura.

 

L'Ospitalità di Gesù

Essere ospitali per Gesù è prendersi cura dell’altro, dove l’accoglienza ospitale diventa la custodia del vulnerabile nella sua differenza. L’accoglienza ospitale di Gesù è uno dei segni della sua amorevole sollecitudine vero il prossimo. Questa prossimità viene definita da Gesù univocamente come una relazione dell’amore compassionevole gratuito.

La consapevolezza, la libertà e la responsabilità trovano il loro pieno inveramento nell’accoglienza ospitale, come forma della sequela di Gesù alla quale Paolo ripetutamente esorta i suoi ascoltatori: «accogliete tra voi chi è debole nella fede, senza mettervi a discutere le sue convinzioni»; «Accoglietevi gli uni gli altri, come Cristo ha accolto voi, per la gloria di Dio».

L’accoglienza ospitale come originario umano è uno degli atteggiamenti costitutivi dell’esistenza umana a livello relazionale. Essa si dà sempre come una disposizione interiore di apertura all’alterità, che interpella la libertà per una responsabilità consapevole.

Il valore dell’ospitalità rappresenta una di quelle categorie dell’umano che, nella tradizione biblica, viene continuamente riproposto nonostante i diversi approcci e le tensioni irrisolte che hanno avuto la storia della salvezza di Israele e della Chiesa primitiva.

L’ethos biblico dell’ospitalità emerge anche come un valore transculturale, e si può seguire come un germe che si sviluppa nella prospettiva di superamento degli stretti legami della famiglia, del clan e, addirittura, della religione stessa, per giungere ad una accoglienza incondizionata, determinata unicamente dalla prossimità. Gesù lo conferma ricorrendo alla figura del Samaritano per dischiudere la sua verità teologica e restituirla nella sua dinamica performativa.

La categoria dell’accoglienza ospitale nelle molteplici forme in cui si manifesta nella Sacra Scrittura esprime la verità dell’esperienza della salvezza: «In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato». Il Dio della rivelazione biblica non si sottrae all’uomo e alla sua vulnerabilità: egli si presenta sempre come colui che salva accogliendo ed è pronto sempre a ‘cenare’ con l’uomo; egli non si estrania mai, diversamente dall’uomo che non sa riconoscere la sua presenza.

La Scrittura attesta che Dio ha accolto in sé l’uomo e in Gesù rimane aperto per sempre all’accoglienza. A fondamento dell’accoglienza interpersonale nella prospettiva biblica sta l’esperienza dell’accoglienza teologale, che consente di mettersi in relazione filiale con Dio: «accoglietevi (proslambánesthe) perciò gli uni gli altri come Cristo accolse (proselábeto) voi, per la gloria di Dio».

La Bibbia rimane univoca nell’affermare che nel quadro dell’accoglienza umana, come costitutivo dell’economia della salvezza, si attua l’accoglienza divina. In questo modo «a quanti però l’hanno accolto (elabon), ha dato il potere di diventare i figli di Dio».

 

L'Ospitalità nella cura responsabile della Prossimità

Per la nostra riflessione sull’ospitalità, riteniamo che la cura (mèrimna) sia un tratto fondamentale proprio nella sua specifica declinazione cristiana. L’evidenza che il fenomeno dell’accoglienza ospitale biblica dischiude è la sua strutturale relazione con la cura dell’umano (quella dedizione che nell’attestazione evangelica si dà sempre come incondizionata), tratto essenziale inscindibile dall’esistenza umana che ci aiuta comprendere ulteriormente il suo significato originario.

Gesù rimprovera l’eccessiva cura per la ricchezza, come se essa potesse salvare l’uomo e garantirgli la salvezza e il suo compimento definitivo; egli invece la vive come una cura-dedizione, che certo parte dal bisogno, ma non si ferma lì: ne va oltre e rimanda all’Altro.

Ospitare l’altro significa prendersi cura di lui nella prospettiva del bene che qualifica la sua essenza etica (la responsabilità per l’altro). L’essere umano che viene consegnato all’esistenza nella modalità della cura, in quanto costitutivamente fragile ed aperto ogni momento alla possibilità di non esserci più, si dà come un essere strutturalmente bisognoso di essa. La relazione con l’altro che ti accoglie è una modalità esistenziale costitutiva dove la cura/ dedizione diventa una delle sue espressioni imprescindibili.

La vulnerabilità e la fragilità esistenziale del soggetto necessitano un mondo relazionale, un agire particolare che assume la forma di aver cura dell’altro, in altre parole dell’agire con cura. Ecco che l’accoglienza dell’alterità nella sua fragilità definisce questa relazione come cura, una intenzionalità che mette al centro la presenza dell’altro e del suo bene. Essa assume la forma della sollecitudine per l’altro nel bisogno, fino alla decisione di una dedizione incondizionata, senza un tornaconto verso l’altro, come fonte di valore incondizionato.

La costitutiva natura relazionale dell’accoglienza ospitale produce la sua originaria eticità, in quanto agire che si orienta verso la ricerca del bene dell’altro, evidenza etica che manifesta l’essenza dell’agire ospitale come cura dell’altro e che, concretamente, dà forma alla vita buona nella responsabilità per l’altro.

Essa è sempre asimmetrica, è un esporsi all’altro, come afferma Lévinas, perché non si attende una contropartita in termini di ricambio: raggiungere il bene dell’altro è l’unico suo obiettivo. Le relazioni umane, nel loro accadere ordinario, si configurano come una accoglienza ospitale reciproca sin dagli inizi dell’esistenza del singolo.

L’essere accolti nel mondo dalla cura genitoriale dischiude al soggetto, attraverso questa esperienza fondamentale come una cura originaria, la speranza, quel senso di essere amati in modo anticipato e da un amore preveniente. Anche il configurarsi dell’accoglienza ospitale nell’ambito dell’umano vulnerabile, oltre che come un dovere morale, si profila fondamentalmente come una relazione, che diventa un atto di dono gratuito e incondizionato in quanto una delle forme principali della mediazione dell’agape.

 

La responsabilità della Cura verso l'altro: la comprensione della diversità

L’attestazione evangelica ci narra della cura strettamente legata ad un agire di accoglienza ospitale, è un’ospitalità che accoglie e cura l’umano anche nei casi in cui essa si presenta come un’estraneità più radicale: «abbi cura di lui: ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno».

La relazione ospitale, come una relazione di cura, pone in evidenza l’asimmetria relazionale nell’assumersi la responsabilità per la cura per l’altro. La responsabilità e la gratuità dell’agire ospitale cristiano non annientano la differenza dell’altro, ma in sé portano quella riserva relazionale, capace di porre in atto la giusta distanza, che permette all’altro di rimanere inalterato nella sua diversità (l’identità differente dei vissuti e di orizzonti di senso).

L’essere ospitali della soggettività dell’altro assume qui un altro tratto morale assai rilevante che è il rispetto, cioè quella apertura all’alterità che crea la possibilità della sporgenza del suo essere prima che io lo giudichi secondo le mie precomprensioni, condizione che non mi permetterebbe di accoglierlo nella sua originaria unicità così come egli è, senza bisogno di adeguarsi alle mie precondizioni.

Diversamente non sarebbe più una accoglienza ospitale autentica, che si prende cura dell’altro nella sua alterità, ma un ripiegare l’altro nel tentativo di renderlo simile. Il preservare la singolarità dell’altro rappresenta il punto fondamentale dell’ospitalità come una relazione di cura.

L’accoglienza dell’altro nella sua singolarità, come un orizzonte di trascendenza, diventa il rispetto della sua differenza non omologabile, uno spazio di incontro tra le due soggettività. L’accoglienza ospitale, come cura della prossimità nella sua originaria intenzione etica, si profila come un agire che cerca di attuare il bene dell’altro, in quella responsabilità e consapevolezza che le sono proprie, come un gesto etico, una disponibilità gratuita, un’attenzione capace di cogliere il bisogno di quella prossimità che accade sempre in modo sorprendente. La traiettoria dell’ospitalità, che parte dall’apertura all’altro fino alla sua accoglienza e al prendersi cura di, ci restituisce l’immagine dell’ospitalità come un agire etico.

L’attenzione nella cura è la forma dell’intenzionalità in relazione alla presenza dell’altro, è «dare ascolto e osservanza agli altri». Questa tensione verso l’altro qualifica l’accoglienza come un gesto etico e rappresenta il primo passo nella cura dell’alterità. L’attenzione alla presenza del volto dell’altro genera la relazione, è l’accorgersi della sua presenza: per instaurare una relazione occorre ‘vederlo’.

 

L'ascolto del Prossimo

L’attenzione, in quanto atto intenzionale, si inserisce in quel percorso del riconoscimento dell’altro e del suo valore come persona. Nell’accoglienza ospitale, intesa come una relazione di cura dell’alterità, l’ascolto della parola si conforma come una modalità dell’esserci nel senso heideggeriano.

L’ascolto si presenta come la parte strutturante della relazione ospitale nel prendersi cura dell’altro, nell’aprirsi autentico al suo ascolto. A partire da questa condizione previa si entra in una relazione profonda per attuare il suo contenuto.

La negazione del parlare, inteso come la possibilità dell’esserci che si dischiude all’accoglienza dell’alterità, si profila come uno dei tratti fondamentali dell’inospitalità e una negazione del valore dell’orizzonte di senso che l’alterità, nel suo parlare dischiude. L’accoglienza del senso che la parola dell’altro annuncia offre la possibilità della relazione intersoggettiva autentica e crea lo spazio del dialogo. Il nesso tra il bene e la verità che si dà nel discorso ospitale crea lo spazio per l’alterità nella sua differenza irrepetibile.

L’ospitalità, come cura dell’altro, è un comprendere la sua verità, cogliere la necessità del suo esistere proprio in quella relazione particolare. L’attuarsi della comprensione dell’altro nell’accoglienza e il sentire con l’altro, è un esporsi (a rischio della propria vulnerabilità) fino a sentire ciò che l’altro sente, facendosi carico della sua esistenza, di un vissuto originario senza la pretesa che sia possibile comprenderlo fino in fondo. Ciò nonostante l’imperatività dell’accoglienza mi pone accanto all’altro senza tentativo di superare la sua irriducibile distanza. L’ospitalità dell’altro, come cura, è la capacità del soggetto morale di cogliere la qualità della dimensione esistenziale dell’altro, che non è riducibile ad una forma cognitiva (cioè il sapere di lui), ma è sempre un conoscere la sua verità attraverso un agire, nel momento in cui l’io si prende cura a favore dell’altro.

Il nesso tra la cura ed accoglienza ospitale inerisce a quella dimensione originaria dell’uomo in cui, nel rimando reciproco dall’aver cura nell’accogliere all’accogliere prendendosi cura dell’altro, si realizza il paradigma di ogni relazione intersoggettiva credente ed umana in genere.

 

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