La violenza di genere continua a rappresentare una delle più gravi e diffuse emergenze di sanità pubblica. Secondo le stime epidemiologiche più accreditate, nel corso della vita una donna su tre è vittima di violenza fisica o sessuale. Un fenomeno strutturale e complesso, che produce conseguenze profonde e durature sulla salute fisica e mentale e che interpella direttamente il sistema sanitario, chiamato a riconoscere precocemente i segnali di rischio e a offrire risposte adeguate e coordinate.
È partendo da questa consapevolezza che dal 14 al 16 aprile si è svolto presso l’IRCCS Centro San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Brescia il corso di formazione “Comprendere e contrastare la violenza di genere: un approccio interdisciplinare”, promosso dall’Istituto e rivolto agli operatori sanitari. Un’iniziativa pensata per fare il punto sulle conoscenze più aggiornate rese disponibili dalla ricerca scientifica e sugli strumenti clinici, assistenziali e giuridici necessari alla presa in carico delle vittime.
Un fenomeno di grande rilevanza per la sanità pubblica
Ad aprire il percorso di riflessione è stato Giovanni de Girolamo, medico specialista in Psichiatria, responsabile dell’Unità di Psichiatria Epidemiologica e Digitale dell’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia e organizzatore scientifico del corso. Le evidenze epidemiologiche illustrate delineano uno scenario allarmante, che conferma la violenza di genere come un problema strutturale, con ricadute a lungo termine sull’equilibrio psicologico, sulle relazioni e sulla qualità della vita. Depressione, disturbo post-traumatico da stress, abuso di sostanze e aumento del rischio suicidario sono solo alcune delle conseguenze più frequenti osservate nelle donne che subiscono violenza, rendendo centrale il ruolo dei servizi sanitari nell’intercettazione precoce dei casi.
La risposta sanitaria e l’importanza di un modello integrato
Nel corso dei lavori è intervenuta Giussy Barbara, responsabile del SVSeD - Soccorso Violenza Sessuale e Domestica della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, primo centro antiviolenza pubblico ospedaliero istituito in Italia. Nel suo contributo ha sottolineato come la risposta del sistema sanitario alla violenza di genere, sia in ottica preventiva sia di presa in carico, richieda un approccio multidisciplinare capace di integrare bisogni sanitari, psicosociali, forensi e di tutela, includendo anche una valutazione accurata del rischio di recidiva. Il modello SVSeD è stato presentato come un riferimento organizzativo in grado di offrire risposte multiple e coordinate in un unico contesto.
Dipendenza affettiva e dinamiche relazionali disfunzionali
Uno spazio significativo è stato dedicato all’analisi dei fattori relazionali che possono favorire o mantenere la violenza nelle relazioni intime. Erica Pugliese, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale ed EMDR, ricercatrice presso il Dipartimento di Psicologia Clinica dell’Università di Amsterdam e docente nelle Scuole di Psicoterapia Cognitiva APC/SPC, ha approfondito il modello della dipendenza affettiva patologica, spesso alla base della difficoltà di interrompere relazioni caratterizzate da violenza e abuso. Sono stati delineati anche possibili percorsi terapeutici finalizzati a sostenere l’autonomia e la fuoriuscita da condizioni di sottomissione.
A seguire, Carolina Papa, psicoterapeuta e PhD in Psychology and Social Neuroscience presso l’Università La Sapienza di Roma, ha proposto una lettura della violenza nelle relazioni intime come esito di una mancata regolazione dei confini relazionali. In questa prospettiva, la dipendenza affettiva è stata descritta come una modalità rigida e disfunzionale di gestire la vicinanza e la distanza nelle relazioni, che può favorire l’insorgere di gelosia patologica, vissuti di rivalsa e, in alcuni casi, comportamenti violenti.
L’intervento della Dott.ssa Federica Visco Comandini ha messo in luce la condizione delle donne migranti, spesso esposte a molteplici fattori di rischio prima, durante e dopo il percorso migratorio, tra cui violenze, sfruttamento e difficoltà socio-economiche, con rilevanti conseguenze sulla salute mentale. Sono stati presentati approcci terapeutici mirati, come l’Imagery Rescripting e l’integrazione tra terapia cognitivo-comportamentale e psicoterapia sensomotoria, particolarmente efficaci nel trattamento del trauma in contesti transculturali. I risultati preliminari evidenziano una significativa riduzione dei sintomi post-traumatici e un miglioramento complessivo del benessere psicologico delle pazienti.
Gli esiti traumatici e l’impatto sui minori
Particolare attenzione è stata riservata alle conseguenze traumatiche indirette della violenza di genere. Maria Grazia Foschino Barbaro, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, trainer e supervisore BEPP, ha affrontato il tema delle molteplici conseguenze traumatiche nei figli minorenni esposti alla violenza domestica o colpiti direttamente dal femminicidio della madre. Il contributo ha sottolineato l’importanza di interventi tempestivi e continuativi, clinici e psicosociali, per accompagnare nel tempo l’elaborazione del trauma e sostenere percorsi di sviluppo e adattamento negli “orfani speciali”.
Aspetti giuridici e valutazione medico-legale
Il corso ha affrontato anche le dimensioni giuridiche e medico-legali, fondamentali nella tutela delle vittime. Beatrice Ferrari, avvocata del Foro di Brescia specializzata in violenza di genere e collaboratrice di centri antiviolenza, ha illustrato le principali tipologie di violenza e il ruolo dell’avvocatura nel supporto alle donne, soffermandosi sulle difficoltà di accesso alla giustizia, sugli stereotipi ancora presenti nelle aule giudiziarie. Ha inoltre richiamato l’attenzione sui percorsi di giustizia riparativa oggi al centro del dibattito, evidenziandone benefici potenziali e criticità.
Successivamente, Bianca Beltrame, dottoranda in Scienze medico-forensi presso l’Università di Brescia, ha ribadito il ruolo centrale del medico-legale nella valutazione delle vittime di violenza. È stata sottolineata l’importanza del lavoro in équipe multidisciplinare e della corretta documentazione clinica, così come della raccolta e gestione appropriata di campioni per indagini tossicologiche e genetiche, a tutela sia della persona offesa sia della validità giudiziaria degli accertamenti.
Prevenzione e responsabilità collettiva
Infine, Luciano Eusebi, professore ordinario di Diritto penale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha richiamato l’attenzione sull’importanza della ricerca sui fattori che favoriscono l’agire violento. Studi di questo tipo sono essenziali non solo per attivare strategie di prevenzione primaria, ma anche per contrastare la reiterazione dei comportamenti violenti, offrendo alle vittime risposte di tutela sostanziale e non meramente simbolica.
Nel complesso, dal corso è emersa con chiarezza la complessità della pratica clinica, assistenziale e giuridica nel campo della violenza di genere. Una complessità che, tuttavia, non può tradursi in inerzia, ma deve alimentare un impegno continuo per promuovere una cultura del rispetto e rafforzare la capacità dei servizi di lavorare in rete, con competenza e responsabilità condivisa.
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