Ci sono esperienze che non si limitano a cambiare un reparto ospedaliero, ma trasformano per sempre la vita di chi le vive.
Quella di Angela Sosa Gonzalez, infermiera colombiana, è una di queste.
Arrivata in Europa per lavoro, Angela non immaginava che il suo cammino l’avrebbe portata fino in Africa, né che il volontariato sarebbe diventato una parte imprescindibile della sua vita. Tutto ha inizio da una richiesta del dott. Fra Fiorenzo Priuli, missionario dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio: organizzare un reparto di neonatologia presso l’Ospedale Saint Jean de Dieu di Tanguiéta, in Benin.
L’arrivo a Cotonou, capitale del Benin, non preannuncia ciò che Angela scoprirà durante il viaggio verso Tanguiéta: una terra arida, villaggi di capanne, bambini con abiti logori, donne costrette a trasportare acqua e cibo sul capo per chilometri.
Un contesto segnato da povertà strutturale, scarsa alfabetizzazione, difficoltà di accesso all’acqua e ai servizi sanitari.
All’ospedale, Angela incontra una comunità internazionale di volontari: missioni ortopediche, neurologiche, dedicate alle fistole ostetriche. Un mosaico di competenze unite da un obiettivo comune: curare i più fragili.
L’ingresso nel reparto di neonatologia è uno shock.
La struttura è nuova, ma mancano le basi: personale non formato, apparecchiature insufficienti, una mortalità neonatale quotidiana che arrivava a 4–5 bambini al giorno.
“Perché il mondo è così? Come può un’infermiera salvare dei neonati senza strumenti adeguati?”
Domande che generano scoraggiamento e commozione, soprattutto di fronte a una verità dolorosa: in molti casi si muore semplicemente perché non si hanno i mezzi economici per curarsi.
Dopo più di dieci anni di volontariato, i risultati sono tangibili:
la mortalità infantile è diminuita in modo significativo.
Un traguardo raggiunto grazie a una rete di persone e organizzazioni che hanno creduto nel progetto, tra cui UTA Onlus, Fondazione Museke e Fondazione Chiesi.
Attraverso iniziative come le mostre fotografiche Africa nel Cuore e la vendita di oltre 1.500 libretti, è stato possibile acquistare la prima apparecchiatura CPAP per il supporto respiratorio neonatale.
Sono stati inoltre attivati contratti per operatori socio-sanitari locali e avviata la formazione sulla marsupioterapia, una pratica fondamentale per la sopravvivenza dei neonati prematuri.
Anche durante la pandemia, quando non è stato possibile essere presenti fisicamente, il progetto è proseguito “a distanza”, dimostrando che la cooperazione può superare ogni confine.
L’obiettivo iniziale di Angela — creare un progetto di neonatologia che potesse diventare un esempio per altre realtà africane — oggi è una realtà.
Un risultato reso possibile dall’opera instancabile di Fra Fiorenzo e dei confratelli, fedeli alla missione di San Giovanni di Dio: curare i malati poveri.
Oggi, a Tanguiéta, molti bambini hanno una possibilità in più di vivere.
E questo è il senso più profondo del lavoro di UTA: trasformare la solidarietà in vita concreta, giorno dopo giorno.
Ci dedichiamo per missione ai malati e ai bisognosi coniugando l’attenzione al corpo e allo spirito nel rispetto della persona e della sua individualità.
Attraverso la promozione delle opere portiamo il Vangelo nel mondo della sofferenza e del dolore affiancando il paziente come professionisti della salute.
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