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Anoressia: un’emergenza “social”

Il caso più noto, ma non l’unico, è quello di Valentina Dallari, tronista e influencer su Instagram, che ha rischiato la vita per diventare sempre più magra. L’anoressia è una malattia antica ma al tempo dei social ha assunto una fisionomia nuova e aggressiva.

Già oggetto di trasmissioni televisive in passato, l’anoressia ora viene discussa in quanto è diventata un’emergenza sociale. Ne abbiamo parlato con il primario dell’area psichiatrica del Centro Sant’Ambrogio Fatebenefratelli di Cernusco sul Naviglio (MI), Paolo Cozzaglio, che a La Casa di Bianca diagnostica e cura i disturbi del comportamento alimentare.

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Partiamo da un dato: l’anoressia è una malattia?

Certamente. Il trattamento dei disturbi del comportamento alimentare è un processo complesso che implica un approccio multidisciplinare e multi-modulare: l’anoressia non si cura con una “pillola” ma con il ricovero in una comunità riabilitativa psichiatrica. Di queste realtà non ce ne sono ancora molte, anche se la richiesta è ampia. La Casa di Bianca di Cernusco sul Naviglio applica un modello teorico psico-dinamico e si fonda sugli assunti della psicologia analitica inter-soggettiva, che pone al centro della cura il soggetto quale fondamento dell’espressione individuale di ogni essere umano. Accanto a questo modello, vengono applicate tutte le tecniche psicoterapiche e riabilitative convalidate nel trattamento dei disturbi del comportamento alimentare.

Per approfondire gli approcci e le modalità impiegate a La Casa di Bianca, leggi l’articolo "La Casa di Bianca: luogo sicuro per la cura dei disturbi alimentari".

 

Questo può rincuorare le famiglie dei pazienti. Dunque l’anoressico non è “pazzo”?

Tra normalità e patologia non vi è una linea di separazione netta per quanto riguarda l’espressione della soggettività, bensì una diversa espressione qualitativa. Non fa eccezione il caso dei disturbi dell’alimentazione, anche se questi appaiono concepiti in relazione alla preoccupazione riguardo al corpo e al controllo del cibo.

 

Perché è cosi difficile curare l’anoressia?

La complessità dell’intervento dipende dalla posizione anomala che il disturbo occupa nel panorama delle cure psichiatriche. I disturbi nell’alimentazione, in particolare l’anoressia, sono il ponte tra un evidente disagio psichico e una disfunzione corporea. Il paradosso è che in Italia ancora non è chiaro chi se ne debba occupare: se il professionista che si occupa della mente – lo psichiatra o lo psicologo – oppure il medico del corpo – l’internista o il nutrizionista. In realtà se ne debbono occupare entrambi in collaborazione.
Secondo alcune teorie, anoressia, bulimia, disturbo dell’alimentazione incontrollata sarebbero tutte facce della stessa medaglia, cioè del disturbo cognitivo dei pazienti caratterizzato dall’eccessiva valutazione della forma del corpo e del peso e del loro controllo. In realtà, esistono una o più anoressie, nel senso che il sintomo alimentare è vissuto dal soggetto con disturbo dell’alimentazione come un tentativo inefficiente e disfunzionale di venire a capo di un’intensa sofferenza, per lo più inconscia, che riguarda la propria soggettività. Per dirla più semplicemente, esiste un disagio ben più profondo che va ascoltato e curato e che non riguarda solamente il corpo e il peso. Per questo diciamo che serve un approccio multidisciplinare e multi-professionale.

 

Spesso questa patologia si affronta con un trattamento ambulatoriale della malattia. Basta?

Spesso purtroppo no, anche se affiancato a ricoveri in day hospital nutrizionale. Certo, l’intervento ambulatoriale precoce ha più possibilità di prevenire la cronicità e i circoli viziosi che si instaurano in questi disturbi.

 

Come viene curato un caso di anoressia?

Al primo livello abbiamo gli interventi precoci dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta. Seguono i servizi ambulatoriali per disturbi del comportamento alimentare. Il terzo livello è dato dai programmi in day hospital e nei centri diurni riabilitativi semi-residenziali (presente anche ne La Casa di Bianca di Cernusco s/N). Il ricovero residenziale in comunità terapeutica psichiatrica si pone al quarto livello di trattamento, che precede il quinto livello costituito dal ricovero ospedaliero e d’urgenza.
Va da sé che il quarto livello di trattamento, quello della comunità terapeutica residenziale, è indirizzato ai casi gravi, già multi-trattati e a rischio di cronicità, dove l’intervento ambulatoriale non è stato purtroppo sufficiente.

 

Anoressia e social: secondo la sua esperienza qual è l’impatto dei social network nella diffusione dei disturbi del comportamento alimentare e quale può essere il loro ruolo nella cura?

Ovviamente l’impatto è molto importante. Nell’attuale società, caratterizzata da un’estrema facilità di accesso alle informazioni in rete, i messaggi sono molteplici, cangianti e spesso contraddittori. I modelli occidentali di bellezza e successo fondati sull’immagine e sul corpo sono sotto gli occhi di tutti. Magrezza e bellezza, prestazioni fisiche e apparenza rischiano di porsi come valori alternativi a quelli centrati sull’essere umano in quanto espressione soggettuale di sé nella creatività del proprio pensiero e del proprio lavoro.
Il caso da voi citato della “tronista” è in realtà un caso estremo di ciò che abitualmente avviene in rete. Diete (le più varie e bizzarre), scelte ideologiche, consigli per apparire “sempre più belle” pullulano sui social network sino ad arrivare a una vera e propria malattia virtuale: siti cosiddetti “pro-ANA” o “pro-MIA” che inneggiano all’anoressia e alla bulimia come scelta di vita e forniscono tutti i consigli – o veri e propri decaloghi di comportamento – per mantenere la malattia.
Un altro fenomeno da non sottovalutare è il cyber-bullismo, che si affianca alle numerose esperienze traumatiche di pazienti con disturbo del comportamento alimentare, che sono stati oggetti di bullismo per il loro aspetto fisico durante i percorsi scolastici. Sia in rete che nell’ambito della scuola si può contro-reagire, dando informazioni corrette sul disagio e sulle abitudini alimentari e promuovendo una cultura del valore dell’essere umano e non dell’apparenza. Noi stessi ci adoperiamo ogni anno per effettuare degli incontri in alcune scuole del nostro territorio con gli studenti delle superiori.

Abbiamo visto come l’anoressia e, in generale, i disturbi alimentari, siano patologie delicate che richiedono un grande sforzo partecipativo da parte della persona colpita. Un approccio collaborativo e multi-disciplinare sono elementi chiave per superare queste malattie che nell’era dei social network sono diventate ancora più preoccupanti.

 

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