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Centro Sacro Cuore di Gesù: un convegno sulla fragilità dell'uomo

25 ottobre 2019
| Eventi

La fragilità accomuna sia chi commette l’abuso che chi lo subisce. Nessun buonismo e nessun perdonismo: si tratta di scienza e di antropologia.

Molto spesso è così facile non accorgersi delle ferite dell’anima e della vulnerabilità di persone che ci circondano o con cui entriamo in contatto. Recuperare il significato della fragilità e la sua complessità e riconoscerne le tracce negli altri è un obbligo morale al quale tutti siamo chiamati.

Fragilità e esistenza: sono questi i temi del convegno su “La dimensione della fragilità nell’essere umano”, che si terrà il 29 ottobre dalle ore 9.00 alle 13.45 presso il centro Sacro Cuore di San Colombano al Lambro (MI).

L’evento è stato organizzato dal priore fra Salvino Zanon e dal direttore Angelo Gipponi per onorare la memoria di san Riccardo Pampuri e vedrà impegnati tra gli altri fra Gian Carlo Lapic, superiore del centro Sant’Ambrogio di Cernusco sul Naviglio al Lambro (MI), che esaminerà la dimensione etica dell’Ospitalità, e Flavio Cruciatti, antropologo, che si soffermerà sugli aspetti comportamentali della fragilità.

 

La fragilità, come condizione umana

«Sia il soggetto abusante che quello abusato esprimono la stessa fragilità esistenziale: il primo nella deviazione verso modalità comportamentali non consone alla forza morale che l’essere umano dovrebbe possedere, il secondo nell’essere esposto all’arbitrio di un'altra persona» spiega il dott. Salvino Leone, responsabile dell'ambulatorio di ginecologia generale dell'Ospedale Buccheri La Ferla di Palermo.

«La dimensione della fragilità riguarda costitutivamente l’essere umano. Noi siamo per natura “fragili”. Potremmo dire che “le persone sono fragili, vanno maneggiate con cura perché si rompono facilmente”. Proprio per questo occorre tener presente questa fragilità della persona, in quanto in particolari condizioni questa può trasformarsi in una vera e propria vulnerabilità, cioè nella predisposizione a ricevere ferite, non sempre di facile guarigione – afferma il dott. S. Leone – questo è particolarmente evidente nell’ambito dell’abuso di qualsiasi natura esso sia: fisico, sessuale, sociale, istituzionale.
Paradossalmente, quindi, sia il soggetto abusante che quello abusato esprimono la stessa fragilità esistenziale: il primo nella deviazione verso modalità comportamentali non consone alla forza morale che l’essere umano dovrebbe possedere, il secondo nell’essere esposto all’arbitrio di un’altra persona». 

 

Le mille facce dell'abuso

Sono molte le forme della vulnerabilità: abusi di carattere omissivo (incuria, discuria, ipercura), abusi fisici, abusi emotivi, in cui il care giver diventa pain giver, abusi sessuali.

Per di più, alle manifestazioni “percepibili” di abuso si aggiungono mali invisibili, sempre più diffusi, ma difficili da riconoscere: le violenze psicologiche. Senza lasciare segni o prove, questa forma di abuso è una delle più sottili ed insidiose, perchè annienta il senso di sicurezza e la fiducia in sé stessi e negli altri. Se nelle sue forme più gravi è un tentativo di distruzione psicologica dell’altro, nelle sue forme meno forti è comunque un modo per sottolinearne l’inferiorità, fino a far perdere coscienza del proprio valore.

Ascolto: è questa la chiave per proteggere e tutelare coloro che vengono abusati, maltrattati o dimenticati. È importante dedicarsi ad un ascolto, che non è un semplice "sentire" superficiale, ma un'ascolto fatto di accoglienza, di disponibilità verso Dio: solo così è possibile guarire il più fragile, e guarire noi stessi dall’egoismo e dalla distanza. 

 

L’ospitalità dell’Ordine dei Fatebenefratelli: la cura dei più fragili

 «Ospitare l’altro, come prevede il nostro carisma di Fatebenefratelli e come cerchiamo di fare nelle nostre opere assistenziali - ricorda invece fra Gian Carlo Lapic - significa prendersi cura di lui nella prospettiva del bene che qualifica la sua essenza etica (la responsabilità per l’altro). L’essere umano che viene consegnato all’esistenza nella modalità della cura, in quanto costitutivamente fragile ed aperto ogni momento alla possibilità di non esserci più, si dà come un essere strutturalmente bisognoso di essa».

Pertanto, la relazione con l’altro che ti accoglie è «una modalità esistenziale costitutiva dove la cura/dedizione diventa una delle sue espressioni imprescindibili». Questo atteggiamento ha anche una base filosofica, segnala il religioso: «Pensare la cura in termini relazionali si impone dalla sua datità fenomenologica, come conferma la riflessione di Heidegger (e del suo essere-con-altri) e il tentativo di Lévinas di pensarla come responsabilità che la presenza del volto dell’altro istituisce». 

La fragilità è desiderio di ascolto, di gentilezza, di servizio a sé e agli altri: nessun sistema assistenziale può definirsi tale, se non vive profondamente il dovere di lenire le sofferenze e curare con rispetto e devozione i più deboli. Nella società odierna chi è capace di esprimere vicinanza, non limitandosi alla semplice assistenza, rappresenta un punto di appoggio irrinunciabile: questa è la missione di carità del nostro Ordine.

 

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